La Battaglia di Caporetto

Quando gli austro-ungarici chiesero aiuto, il capo di Stato Maggiore tedesco, Paul von Hindenburg, e il suo vice Erich Ludendorff, acconsentirono a inviare al fronte italiano il generale Konrad Krafft von Dellmensingen per un sopralluogo, che durò dal 2 al 6 settembre 1917. Terminate le varie verifiche e dopo aver vagliato le probabilità di vittoria, Dellmensingen tornò in Germania per approvare l’invio degli aiuti, sicuro anche che la Francia, dopo il fallimento della seconda battaglia dell’Aisne ad aprile, non avrebbe attaccato.
Mappa dell’avanzata austro-ungarico-tedesca in seguito alla ritirata italiana
Già l’11 settembre Otto von Below fu posto a capo della nuova 14ª Armata e fu nominato suo capo di Stato Maggiore lo stesso Dellmensingen. Venne chiarita con l’alleato austriaco la strategia da adottare: un primo sfondamento sarebbe dovuto avvenire a Plezzo, con direzione Saga e Caporetto, per conquistare monte Stol e puntare verso l’alto Tagliamento; contemporaneamente da Tolmino si sarebbe dovuto risalire l’Isonzo fino a Caporetto, per imboccare la valle del Natisone fino aCividale del Friuli; un altro attacco frontale sarebbe partito invece contro il massiccio dello Iessa per impossessarsi successivamente di tutta la catena del Colovrat, da cui era possibile dominare la valle dello Judrio, accerchiando l’altopiano della Bainsizza e spingendosi fino al monte Corada[33]. Gli spostamenti di truppa dovevano essere effettuati con la massima segretezza e l’inizio delle operazioni era previsto per il 22 ottobre, ma alcuni ritardi di approvvigionamento posticiparono la data alle 2:00 del 24.

Nel frattempo, il 18 settembre, Cadorna venne a sapere che il generale russo Kornilov aveva fallito nel suo intento di ribaltare il governo Kerenskij, favorevole a un’uscita del suo paese dalla guerra, e quindi, prevedendo uno spostamento di forze austriache e tedesche verso altri fronti, ordinò tassativamente alla 2ª e alla 3ª Armata di stabilire posizioni difensive. Il giorno dopo il duca d’Aosta (capo della 3ª Armata) inoltrò l’ordine ai suoi uomini, ma specificò di prepararsi al contrattacco se questo si fosse reso necessario per prevenire le mosse del nemico, imitato in questo da Capello (al vertice della 2ª Armata) il quale però, a differenza di lui, non fece arretrare in misura ragionevole le artiglierie. Nel frattempo la salute di quest’ultimo, precaria già da tempo, peggiorò, e così il 4 ottobre il generale si ritirò in convalescenza a Padova, lasciando al suo posto Luca Montuori, senza emanare alcuna istruzione. Cadorna si rese conto dell’errore di Capello solamente il 18 ottobre, e il giorno seguente lo ricevette a Udine ribadendogli di eseguire il suo ordine con più decisione e velocità, mentre nel frattempo inviò due ufficiali presso Cavaciocchi e Badoglio per un aggiornamento della situazione e per verificare la necessità di inviare rinforzi, ma entrambi i comandanti risposero che non ve ne era bisogno, data la loro fiducia di mantenere le posizioni.

L’Ufficio I (il servizio di intelligence italiana del periodo) intanto monitorava l’accrescersi degli eserciti avversari, e ne teneva informato costantemente Cadorna, anche se non riuscì a stabilire con certezza il luogo dell’offensiva, ipotizzando però che sarebbe partita tra Plezzo e Tolmino, come effettivamente fu. Il 20 ottobre un tenente boemo si presentò al comando del IV Corpo d’armata con informazioni dettagliate sul piano d’attacco di von Below, che per lui sarebbe cominciato, forse, sei giorni dopo. Il 21 ottobre due disertori rumeni informarono gli italiani che i loro ex camerati avrebbero attaccato presto prima a Caporetto e poi a Cividale del Friuli, specificando anche la preparazione di artiglieria che avrebbe preceduto l’attacco, ma i comandi italiani non ritennero affidabili le loro informazioni. Il giorno successivo Cavaciocchi emanò disposizioni per demolire i ponti sull’Isonzo facendo inoltre spostare il comando a Bergogna; venne bombardato il comando della 2ª Armata a Cormons, che si trasferì a Cividale del Friuli dovendo ricollegare da zero tutte le linee telefoniche, e lo stesso fece Badoglio stabilendosi a Cosi, da dove cominciò a trasmettere ordini alle sue divisioni. Non era a conoscenza però che i tedeschi avevano di nuovo individuato la sua posizione grazie alle intercettazioni telefoniche, e avevano già puntato, senza sparare, i cannoni sulle nuove coordinate.

Il 23 ottobre Capello riprese il controllo della 2ª Armata mentre continuavano a essere avvistate truppe nemiche in lontananza. Alle 13:00 venne intercettata una comunicazione tedesca in cui si fissava l’avvio dell’offensiva per le ore 2:00 del giorno dopo; così alle 14:00 Cadorna, Capello, Badoglio, Bongiovanni, Cavaciocchi e Caviglia (XXIV Corpo d’armata) si riunirono per chiarire la situazione, ma l’atmosfera fu positiva in quanto il brutto tempo fece sperare in un rinvio dell’attacco nemico.

 

Lo sfondamento delle linee italiane

Alle 2:00 in punto del 24 ottobre 1917 le artiglierie austro-germaniche cominciarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all’alta Bainsizza alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l’Isonzo con un gas sconosciuto che decimò i soldati dell’87º Reggimento lì dislocati. Alle 6:00 il tiro cessò dopo aver causato danni modesti, e riprese mezz’ora dopo stavolta contrastato dai cannoni del IV Corpo d’armata, mentre il tiro di quelli del XXVII, a causa dell’interruzione dei collegamenti dovuta allo spezzarsi dei cavi elettrici sotto il tiro delle granate (nessuna linea telefonica era stata interrata o protetta in alcun modo, e alcune posizioni non erano neanche collegate) risultò caotico, impreciso e frammentario. Nel frattempo i fanti di von Below, protetti dalla nebbia, si avvicinarono notevolmente alle posizioni italiane, e alle 8:00, senza neanche aspettare la fine dei bombardamenti, andarono all’assalto delle trincee italiane, salvo sul Passo della Moistrocca e sul monte Vrata dove, a causa della bufera di neve che vi imperversava, l’attacco venne rimandato di un’ora e mezza.

Metà della 3ª Edelweiss si scontrò con gli alpini del gruppo Rombon che la respinsero, mentre l’altra metà, assieme alla 22ª Schützen, riuscì a superare gli ostacoli nel punto dove era stato lanciato il gas sconosciuto, ma vennero fermate dopo circa 5 km dall’estrema linea difensiva italiana posta a protezione di Saga, dove stazionava la 50ª Divisione del generale Giovanni Arrighi. Alle 18:00 questi, per non vedersi tagliata la via della ritirata, evacuò Saga ripiegando sulla linea monte Guarda – monte Prvi Hum – monte Stol, lasciando sguarnito anche il ponte di Tarnova da dove avrebbero potuto ritirarsi le truppe che verranno accerchiate sul monte Nero. Di tutto questo Arrighi informerà Cavaciocchi solo alle 22:00. Nella mattina intanto non ebbero successo la 55ª e la 50ª Divisione austro-ungarica, arrestate fra l’Isonzo e il monte Sleme.
Non riuscirono invece a tenere le posizioni la 46ª Divisione italiana e la brigata Alessandria poste all’immediata sinistra della 50ª Divisione austro-ungarica, e ne approfittò un battaglione bosniaco che subito diresse per Gabria.

L’avanzata decisiva che provocò il crollo delle difese italiane fu effettuata dalla 12ª divisione slesiana del generale Arnold Lequis che progredì in poche ore lungo la valle dell’Isonzo praticamente senza essere vista dalle posizione italiane in quota sulle montagne, sbaragliando durante la marcia lungo le due sponde del fiume una serie di reparti italiani colti completamente di sorpresa. L’avanzata dei tedeschi ebbe inizio a San Daniele del Carso, dove cinque battaglioni della 12ª slesiana ebbero facilmente la meglio sui reparti italiani scossi dal bombardamento, e subito cominciò la loro progressione in profondità: alle 10:30 si trovavano a Idresca d’Isonzo dove incontrarono un’inaspettata ma debole resistenza, cinque ore dopo fu raggiunta Caporetto, alle 18:00 Staro Selo e alle 22:30 Robič e Creda.

Nel frattempo, più a sud, l’Alpenkorps diventò padrone alle 17:30 del monte Podclabuz/Na Gradu-Klabuk[39], mentre del massiccio dello Jeza si occupò la 200ª Divisione, che conquistò la vetta alle 18:00 dopo aspri scontri con gli italiani, terminati del tutto solo a mezzanotte. I tre battaglioni del X Gruppo alpini, aiutati anche dal tiro efficace dell’artiglieria italiana, resistettero fino alle 16:00 agli undici battaglioni della 1ª Divisione austro-ungarica, ma alla fine dovettero arrendersi e cedere il monte Krad Vhr. Nell’alta Bainsizza, dove fu combattuta una guerra con i metodi “antiquati” (cioè non applicando le novità tattiche introdotte dai tedeschi), il Gruppo Kosak non ottenne alcun risultato, e la situazione andò quasi subito in stallo.
Durante il primo giorno di battaglia gli italiani persero all’incirca, tra morti e feriti, 40.000 soldati e altrettanti si ritrovarono intrappolati sul monte Nero, mentre i loro avversari 6.000 o 7.000. Nella mattina del 25 ottobre Alfred Krauß lanciò l’attacco contro la 50ª Divisione ritiratasi il giorno precedente attorno al monte Stol. Esauste e con poche munizioni, le truppe italiane cominciarono a cedere alle 12:30 asserragliandosi sullo Stol, e qui il generale Arrighi ordinò loro di ritirarsi, ma improvvisamente giunse la notizia dalla 34ª Divisione di Luigi Basso che il comando del IV Corpo d’armata aveva vietato ogni forma di ripiegamento da lui non espressamente autorizzato.

I fanti della 50ª ritornarono quindi sui loro passi ma nel frattempo la 22ª Schützen aveva preso possesso della cima dello Stol, da dove respinsero ogni attacco dei fanti italiani, che ricevettero l’ordine definitivo di ritirata da Cavaciocchi alle ore 21:00. Tra Caporetto e Tolmino nel frattempo la brigata “Arno”, arrivata in zona tre giorni prima, stava difendendo il monte Colovrat e le creste circostanti quando contro di loro mosse il battaglione da montagna del Württemberg, assegnato di rinforzo all’Alpenkorps; il tenente Erwin Rommel guidava uno dei tre distaccamenti in cui era stato diviso il suo battaglione. Insieme a 500 uomini, il futuro feldmaresciallo cominciò a scalare le pendici del Colovrat catturando in silenzio centinaia di italiani presi alla sprovvista, mentre per errore la Arno, anziché contro il monte Piatto, venne lanciata verso il Na Gradu-Klabuk, già dal giorno prima saldamente in mano all’Alpenkorps che dovette sostenere gli assalti italiani fino a sera. Tornando a Rommel, i suoi uomini conquistarono senza troppe fatiche il monte Nagnoj, dove presero posizione i cannoni tedeschi che cominceranno a prendere di mira il monte Cucco di Luico, aggirato da Rommel per non perdere tempo e preso nel pomeriggio da truppe dell’Alpenkorps congiunte a elementi della 26ª Divisione tedesca.

Una volta distrutta la brigata Arno, Rommel puntò contro il Matajur dove stazionava la brigata “Salerno” del generale Zoppi, inquadrata nella 62ª Divisione del generale Giuseppe Viora, rimasto ferito e quindi sostituito proprio da Zoppi, che lasciò il suo posto al colonnello Antonicelli. All’alba del 26 ottobre ad Antonicelli giunse l’ordine da un tenente di abbandonare la posizione entro la mattina del 27. Sorpreso per una ritirata ordinata ben un giorno prima, il nuovo capo della Salerno chiese informazioni al portaordini il quale disse che probabilmente si trattava di un errore del comando di divisione, ma Antonicelli volle essere sicuro e obbligò il tenente a ritornare con l’ordine corretto, ma quando questo arrivò a destinazione Rommel nel frattempo aveva circondato il Matajur. Dopo duri scontri, la Salerno si arrese e Rommel chiuse la giornata dopo aver avuto solo sei morti e trenta feriti a fronte dei 9.150 soldati e 81 cannoni italiani catturati.

 

Dall’Isonzo al Tagliamento

 

Lo stesso argomento in dettaglio: battaglia di Cividale del Friuli, battaglia di Pozzuolo del Friuli e battaglia di Ragogna.
A questo punto Otto von Below, anziché arrestare la sua offensiva, la prolungò in direzione del fiume Torre, Cividale del Friuli, Udine e la Carnia. Contrariamente alle previsioni del generale tedesco però, l’esercito italiano, anche se in preda al caos, non era in completo sfacelo, e oppose in alcuni punti una valida resistenza; inoltre la situazione delle artiglierie si era parzialmente livellata tra i due schieramenti, in quanto gli italiani le avevano perse nei primi giorni dell’offensiva, e gli austro-tedeschi non riuscirono a farle stare al passo della rapida avanzata delle loro fanterie. A detta del Generale Caviglia, alla guida del XXIV Corpo d’armata, il successo di quel disordinato ma cruciale ripiegamento oltre l’Isonzo era nelle mani di alcune unità chiamate dalla riserva ad arginare la caduta. Così nelle sue memorie del 26 e del 27 ottobre:

« La situazione più pericolosa è quella della destra del XXIV Corpo (Brigata Venezia) a cavallo dell’Isonzo: dalla sua resistenza dipende la sicurezza di tutti i Corpi d’armata, più a Sud. La sera del 27, ritirai dalla sinistra dell’Isonzo sul Planina, tutta la Brigata Venezia, perché già il II corpo, che essa proteggeva, era tutto passato sulla destra dell’Isonzo. In presenza dei due reggimenti abbracciai il loro Comandante Raffaello Reghini »
Cadorna, sin dalla mattina del 25 ottobre, passò al vaglio l’idea di ordinare una ritirata generale, e ne discusse nel pomeriggio stesso con Montuori, succeduto definitivamente a Capello a causa dei continui malori di quest’ultimo. Avendo constatato l’impossibilità di riprendere l’iniziativa, i due alti ufficiali diramarono l’ordine di ritirata nella serata, ma dopo poco tempo Cadorna ebbe un ripensamento e propose a Montuori di tentare una resistenza sulla linea monte Kuk – monte Vodice – Sella di Dol – monte Santo – Salcano. Il nuovo capo della 2ª Armata fu in totale disaccordo con il suo superiore ma Cadorna pochi minuti dopo la mezzanotte fece sapere alle truppe di disporsi sulla difensiva nelle posizioni da lui indicate. La maggioranza delle postazioni comunque non tennero e già il 27 ottobre il comandante supremo del Regio Esercito diede disposizioni alla 2ª e 3ª Armata di riparare dietro il Tagliamento, mentre alla 4ª Armata, in linea sul Cadore, disse di spostarsi sulla linea di difesa a oltranza del Piave. Senza troppi ostacoli davanti, i tedeschi occuparono Cividale del Friuli il 27 ottobre e Udine il giorno dopo (abbandonata in favore di Treviso da Cadorna) marciando su un ponte che non era stato fatto saltare dai genieri italiani, e misero in serio pericolo da nord-ovest la 3ª Armata, che era rimasta troppo a Oriente. I tedeschi comunque si accorsero qualche ora troppo tardi della possibilità di accerchiamento, e così, grazie anche all’inaspettata resistenza di alcune unità italiane, il duca d’Aosta e le sue truppe riuscirono a mettersi in salvo.

In generale la ritirata avvenne in una situazione caotica, caratterizzata da diserzioni e fughe che sfoceranno in alcune fucilazioni, mista a episodi di valore e disciplina durante i quali molti ufficiali inferiori, rimasti isolati dai comandi, acquisirono notevole esperienza di un nuovo modo di fare la guerra, ora più rapida. Un episodio tragico per i soldati italiani si verificò nei ponti vicino a Casarsa della Delizia il 30 ottobre, quando soldati tedeschi della 200ª Divisione piombarono sulle colonne di mezzi e uomini che intasavano le strade facendo 60.000 prigionieri e catturando 300 cannoni. Più difficile fu invece infrangere le posizioni italiane, sempre il 30 ottobre, a Mortegliano, Pozzuolo del Friuli, Basiliano e alla frazione di Galleriano (in quest’ultima località per l’inaspettata resistenza durata un giorno e mezzo della Brigata Venezia del colonnelloRaffaello Reghini), che consentirono il ripiegamento in corso.

L’ultimo episodio di resistenza italiana sul Tagliamento ebbe inizio, anch’esso, il 30 ottobre presso il comune di Ragogna: gli austro-ungarici, temporaneamente bloccati dal fuoco avversario, non riuscirono a impadronirsi dell’importante ponte di Pinzano al Tagliamento, ma si riscattarono il 3 novembre quando attraversarono il ponte di Cornino (una frazione di Forgaria nel Friuli) poco più a nord, rimasto solamente danneggiato, e non distrutto del tutto, dalle cariche esplosive dei genieri italiani.

 

Fonte Wikipedia