Testimonianze

 

 

Battaglia di Cividale – San Nicolò e Monte Spik

Se i württemberghesi e i bavaresi attaccarono il Purgessimo, a Castelmonte furono i granatieri branderburghesi a sferrare l´attacco a Monte Spik alle 4,15.

Il capitano von Witzleben con il suo battaglione fucilieri era l’avanguardia dell´8° granatieri che sfondò le prime tenui difese italiane, ma poi la difesa fu riattivata.

Il capitano Giuseppe Denti (il maestro elementare di Cremona che aveva combattuto egregiamente sul Kum) il pomeriggio del 26 con i tenenti Strao, Cotta, Faulisi, Casati e con un centinaio di uomini riesce a raggiungere il paese di San Leonardo, da lì, con il colonnello Della Croce e il generale Negri di Lamporo, va a riconoscere il terreno dove si dovevano schierare i resti del suo I/262°.

Stabilisco la linea in maniera da fronteggiare possibili attacchi dalla strada (chiesa di San Nicolò), da Nord e da Nord-Est.

Con tale presupposto a nulla poteva servire la trincea esistente, che faceva fronte a Valle Judrio.

La posizione da me occupata è un´altura situata a circa 300 m. a sud di San Nicolò, tra la strada e Valle Judrio.

In quel momento (sera del 26 ottobre) disponevo di circa 250 uomini.

Le due sezioni Fiat erano senza munizioni, i soldati pure.

Solo la sezione Saint Etienne (tenenti Gamba e Gay) aveva pochi nastri.

Collagamenti: a sinistra con nuclei della brigata Taro; a destra devo cercare collegamenti con la brigata Napoli, che mi viene indicata alla località Stallo.

Non riesco a trovare tale collegamento nonostante lunghe ricerche fatte con pattuglie comandate da graduati e ufficiale.

Non sono più di 500-600 fucili quelli che si oppongono all’assalto dei tedeschi della 5a divisione, e hanno pochissime munizioni, quando le finiscono vengono circondati.

Per mettere fuori uso le due mitragliatrici che ancora sparano, i tedeschi verso le 7 presero a cannoneggiarle con una sezione di cannoni di piccolo calibro.

Il maggiore Vincenzo Giardina, comandante del 261°, veniva colpito a morte mentre stava per lanciarsi al contrattacco: gli uomini, non avendo più munizioni per le mitragliatrici ed avendo finito le bombe si preparavano a ricevere il nemico stretti sopra il cocuzzolo finché vi irruppero, provenienti dai fianchi, i tedeschi raccontò il tenente Giuseppe Gamba.

Pochi minuti dopo che i reparti della Elba si ritirarono da Monte Spik perché privi di munizioni, arrivarono le munizioni e anche i rinforzi rappresentati da alcuni battaglioni della brigata Milano comandata dal generale Carlo Filipponi di Mombello che erano giunti tardi perché il gnenerale gli aveva portati fuori strada.

Dopo la morte di Giardina fu il capitano Luigi Gritti che prese il comando dei resti del 261°: Verso le 8 pattuglie tedesche si portano sotto la nostra linea ma vengono ricacciate a bombe a mano.

In quel momento il sottoscritto ricevette comunicazione che l’ordine era di resistere sino all’ultimo uomo.

Avendo i soldati un caricatore ogni due uomini, non avendo più bombe a mano, il sottoscritto ne domandò.

Gli fu offerto un battaglione della brigata Milano e gli furono promesse munizioni.

Il sottoscritto ordinò che la compagnia mitragliatrici di detto Battaglione si portasse subito in linea e le 3 compagnie di fucili attendessero.

In quel momento (8.30) il Maggiore Giardina lasciò il combattimento perchè ferito (tutta la mattina si stette sotto il tiro continuo di mitragliatrici tedesche che sparavano da un boschetto di San Nicolò).

… Verso le 10 il sottoscritto si accorse che mitragliatrici tedesche si erano infiltrate e piazzate sul rovescio della trincea destra e minacciavano di prendere di fianco tutta la linea.

Allora ordina al capitano sig. Adamo che era un po´ indietro con un centinaio di uomini, di attaccarli come poteva.

Diede ordine al battaglione della brigata Milano di tenersi pronto.

Il capitano Adamo caricò di fianco alla baionetta le mitragliatrici tedesche e avanzando in mezzo ai suoi.

Il sottoscritto compie il dovere di proporre il capitano Adamo per una medaglia d’argento al valore.

Intanto le mitragliatrici della brigata Milano non erano giunte sulla linea perchè fermate dal sig. Generale Filipponi, come seppi dal comandante del battaglione appena caduto prigioniero.

Frattanto gruppi tedeschi erano penetrati alla sinistra e avanzando per il rovescio della linea la tempestavano di bombe a mano.

I soldati si difesero sino all´ultima cartuccia.

Il sottoscritto ordinò di attendere un momento buono per sfilare verso l’Judrio e raggiungere il battaglione della brigata Milano, quando un sottufficiale tedesco uno a uno cominciò a trar fuori gli uomini dalla trincea.

Anche il sottoscritto fu tratto fuori, ferito leggermente alla mano sinistra da una scheggia di bomba a mano e minacciato di essere passato per le armi finchè non consegnava la sua pistola.

Un tenente tedesco lo salvò e lo unì ai 30 soldati che erano con lo scrivente.

Gritti, di fronte al fuoco micidiale delle mitragliatrici tedesche, s’era dunque rifugiato con i suoi uomini nella trincea coperta che fiancheggiava la strada Castelmonte-San Nicolò, fu lo stesso errore che commise il maggiore Rossotto, comandante il II battaglione del 159° della Milano, nella sua marcia d´avvicinamento a San Nicolò: fu fatto prigioniero con quasi tutto il battaglione.

Il colonnello Franchino De Franchi, comandante del 160°, alle 9 portò al contrattacco il I° e il II° battaglione: Con violento corpo a corpo la cresta viene ripresa, il movimento nemico arrestato, fatti alcuni prigionieri, catturata una mitragliatrice, ma non si riesce ad espugnare la trincea fortificata guarnita di numerose mitragliatrici.

Viene attuato il collegamento a sinistra col 159° ed inviate pattuglie per ricercare quello sulla destra.

Il Comandante del Reggimento percorre la linea per meglio costituirla a difesa narra il Tenente Piero Crocco aiutante maggiore del Colonnello Franchi.

Che i battaglioni della Milano giungessero appena in tempo per impedire che la ritirata dei resti della Elba pregiudicasse l’intera linea emerge anche dalla testimonianza del Tenente Vincenzo Del Duca: I soldati della mia compagnia [!] catturarono una sezione mitragliatrici, uccidendo il comandante e alcuni serventi.

Il nemico ripiegando occupò una trincea solida e blindata il cui reticolato riuscì ad arrestare i nostri progressi.

L’avversario fu trattenuto l’intero giorno sul nostro fronte, senonché nelle prime ore del pomeriggio dopo forte preparazione di fuoco si apriva un varco a 200 metri circa dall´ala sinistra del I battaglione spingendo le avanguardie sulla strada sopracitata, mentre verso valle (ala destra del II Battaglione) aveva già avanzato.

Osservata la temeraria manovra ne informai il Maggiore Farinetti.

I due battaglioni difesero la posizione fino all´estremo.

Soltanto verso l’imbrunire, attaccati da ogni lato, alle spalle specialmente con numerose mitragliatrici, tempestati dai colpi della nostra artiglieria del Korada che sparava all’impazzata nella mischia, isolati, avendo subito perdite enormi, la resistenza tentennò.

Cadde mortalmente ferito il maggiore Battistoni, comandante del II Battaglione mentre con l’esempio incoraggiava i soldati.

Intanto avendo visto ripiegare in fretta i reparti di destra mi recai al Comando di Battaglione, distante una trentina di metri, per esporre la gravità della mia situazione.

Il contrattacco italiano è concluso alle 10 e mezza e la nuova linea di difesa è centrata nei pressi del Monte Spik, poco più indietro del bivio per Jainicco-San Nicolò.

Su questa linea le truppe della Milano rimasero fino alle 16, allorquando truppe dei granatieri del reggimento del Brandeburgo, aggirando sia da destra che da sinistra la linea presero alle spalle i difensori obbligandoli ad arrendersi o a ritirarsi verso Castelmonte, ove venne imbastita un’ulteriore difesa che però durò poche decine di minuti.

Il ten. Giuseppe Stoppani della 6a compagnia racconta che: Il nemico contrattacca ancora alle 16.20 circa e riesce a penetrare nella nostra posizione.

Circondati e vista l’impossibilità della difesa, e sentito il capitano Vacchelli, comandante del I battaglione, per dare l´ordine di ritirata, con l’esiguo resto (resti che complessivamente dei due battaglioni assommavano a 60 soldati) alle 17 mi ritiro raggiungendo la strada e il bosco portando in salvo 3 mitragliatrici.

Alle ore 20 arrivo dietro Castel del Monte in una trincea presidiata da un battaglione del 72° reggimento fanteria comandato dal maggiore Leonelli cav. Filippo. Questi ordina al capitano Vacchelli e a noi di occupare un tratto di trincea.

Alle ore 23 il battaglione si ritira trovandosi ormai completamente circondato.

Dopo vari tentativi il battaglione è costretto ad arrendersi.

Io e l’asp. Atti della 5a compagnia con pochi soldati tentiamo la fuga approfittando di una forte scarpata della strada, ma trovatici nuovamente circondati fummo costretti ad arrenderci.

La 6a compagnia aveva una forza complessiva di 160 soldati circa e cinque ufficiali.

Credo che sia stata catturata tutta tenendo presente anche le perdite avute nel combattimento.

Gli ufficiali della compagnia sono: Tenente Stoppani Giuseppe; asp. Moretti, asp, Gualteroni, asp. Abbiati, asp. Testa.

I combattimenti più cruenti si ebbero quindi proprio tra San Nicolò e Monte Spik.

I primi feriti giunsero a Jàinicco e a Tribil la sera stessa del 27 portati dai soldati, essi furono soccorsi dalle donne e ragazze dei due paesi, ma dalle balze appena sopra Jàinicco si sentivano i gemiti dei morenti e le invocazioni dei feriti abbandonati nei boschi.

Durante la notte piovve e il giorno dopo le popolazioni dei villaggi vicini: Jàinicco, Tribil, Altana ed Oborca, rincuoratasi alquanto nel veder cessato il pericolo, si azzardavano a uscire dai nascondigli e si davano a raccogliere tra gli anfratti della montagna quanti ancora vi giacevano nella impossibilità di potersi muovere, perchè in condizioni più gravi, molti trasportandoli nella chiesina di San Nicolò, trasformata in ospedale, moltissimi in case private, ove per la ferite avute o per la mancanza di cure adatte non pochi piegarono di lì a qualche giorno al loro destino.

Nella casa di un certo Giuseppe Podrecca, a Jàinicco, morirono sei soldati italiani, e due nella casa Paussa ad Oborca.

Questi ultimi furono assistiti da una certa Maria Lesizza la quale portò loro sempre, finché ebbero vita, latte e uova, e sacrificò perfino le poche galline che aveva, nonostante le minacce che in tono aspro le venivano fatte dal burbanzoso comandante la gendarmeria locale.

… Si videro in quei giorni che seguirono immediatamente al combattimento, le donne girare per i boschi con pentole e recipienti ricolmi di brodo e di latte, e con bende ricavate da lenzuola e dalle proprie camicie stesse, e medicare e soccorrere così i feriti dove si trovavano, finché i pochi uomini rimasti in paese avessero avuto agio di pensare al trasporto di quegli infelici.

Il tenente Mario Cassini fu assistito da una giovinetta che gli rimase a fianco fino a quando esalò la vita ….

Il maggior numero dei caduti fu però raccolto all´incrocio delle strade Oborca-Tribil-Altana e nelle caverne ove il nemico li aveva sorpresi e tutti furono poi sepolti intorno alla chiesina, dove si consacrò in seguito il cimitero di guerra.

Furono sepolti il Tenente dei bersaglieri Mario Cassini, l´asp. del 160° Teresio Bertolotti di Trigolo, crivellate da proiettili furono raccolte le salme del colonnello Amedeo Casini, comandante del 208° e dei capitani Francesco Adami da Trapani, di Carlo Galli da Gaeta e di Giuseppe Mazzanti.

Nello stesso cimitero furono sepolti anche una trentina di soldati tedeschi.

Fonte www.lagrandeguerra.info

Questa cruenta battaglia, che non è neanche menzionata nei libri di storia, ha visto impegnate 4 Brigate italiane contro 4 Divisioni tedesche, per un totale di circa 30.000 uomini, come menzionato nel suo libro dal Dott. Paolo Gaspari.